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“A cosa servo ancora?” Quando sentirsi utili può contare per mente, memoria e salute
Una ricerca del 2026 riporta al centro una domanda che spesso liquidiamo troppo in fretta: sentirsi ancora utili agli altri può avere un rapporto con il benessere mentale e cognitivo? Dietro quella frase detta da un padre, un nonno — o da noi stessi — potrebbe esserci molto più di un momento di malinconia.
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C'è una frase che può arrivare a tavola, in automobile, davanti a un medico oppure al banco di una sanitaria.
“Ormai io a cosa servo?”
La risposta automatica è quasi sempre:
“Ma cosa dici?”
È detta con affetto.
Eppure, forse, dovremmo imparare a non cancellare quella frase così velocemente.
Perché dietro “non servo più a niente” possono esserci pensionamento, perdita di un ruolo, figli ormai autonomi, limitazioni fisiche, lutti, solitudine, una malattia che ha cambiato le abitudini. Oppure qualcosa che non ha ancora un nome.
E oggi la ricerca sta iniziando a prendere molto sul serio una parola apparentemente poco medica:
utilità.
Non quella economica.
Non la produttività.
La percezione che la nostra presenza continui ad avere un posto nella vita di qualcuno e nella nostra.
La ricerca del 2026: “Feeling Useful, Staying Sharp”
Nel luglio 2026 due ricercatrici, Ella Cohn-Schwartz e Rabia Khalaila, hanno pubblicato sul Journal of Applied Gerontology uno studio dal titolo che vale quasi da solo una riflessione:
Feeling Useful, Staying Sharp.
Sentirsi utili, restare mentalmente attivi.
Lo studio ha analizzato 476 persone di almeno 50 anni appartenenti alla componente israeliana del grande progetto europeo SHARE, che studia salute, invecchiamento e condizioni sociali.
I ricercatori hanno messo in relazione la percezione di essere utili agli altri con diverse misure cognitive: memoria immediata e ritardata, abilità numeriche e fluidità verbale.
Il risultato?
Una maggiore percezione di utilità risultava associata a prestazioni cognitive migliori.
Ma c'è un secondo elemento ancora più interessante: parte di questa relazione passava attraverso i sintomi depressivi. Chi si percepiva maggiormente utile tendeva a riportare meno sintomi depressivi, a loro volta associati a una migliore performance cognitiva.
E l'associazione appariva particolarmente evidente nelle persone con una riserva cognitiva più bassa.
Detto in maniera semplice:
sentire che abbiamo ancora qualcosa da dare potrebbe essere collegato anche al modo in cui stiamo mentalmente.
Ma fermiamoci qui.
Perché la scienza richiede una parola che sui social piace molto meno:
cautela.
No: lo studio non dimostra che “sentirsi utili previene la demenza”
Lo studio è trasversale: utilità percepita e funzionamento cognitivo sono stati osservati nello stesso periodo.
Questo significa che non possiamo stabilire la direzione del rapporto.
Potrebbe essere che sentirsi utili favorisca condizioni psicologiche e sociali collegate a una migliore funzione cognitiva.
Ma potrebbe accadere anche il contrario: una persona cognitivamente più integra può avere più facilità nel mantenere attività, relazioni e ruoli che la fanno sentire utile.
Gli stessi autori lo riconoscono.
Inoltre, il campione era relativamente contenuto, proveniva esclusivamente dalla componente israeliana di SHARE e chi aveva dati incompleti tendeva a essere più anziano, sentirsi meno utile e mostrare risultati cognitivi peggiori.
Quindi nessuna pillola emotiva.
Nessuna formula:
“sentiti utile e non invecchierai”.
Sarebbe falsa.
La ricerca ci dice qualcosa di più interessante: questa dimensione merita di essere studiata.
Quasi mezzo milione di persone e una parola: scopo
Pochi giorni prima, l'8 luglio 2026, Psychological Medicine aveva pubblicato un'altra ricerca imponente.
Una meta-analisi ha riunito 25 campioni, provenienti da Stati Uniti, Europa e Asia, per un totale di 488.765 partecipanti, quasi 49.000 decessi e follow-up arrivati fino a 32 anni.
Le persone che riportavano un maggiore senso di scopo nella vita mostravano, complessivamente, un rischio inferiore di mortalità precoce.
L'associazione si riduceva quando i ricercatori tenevano conto di salute, comportamenti e depressione, ma non scompariva completamente.
Anche qui nessuna causalità dimostrata.
Gli studi erano molto diversi fra loro e gli autori hanno rilevato anche segnali compatibili con publication bias.
La frase corretta non è quindi:
“avere uno scopo allunga la vita”.
È:
“avere uno scopo è ripetutamente associato a risultati di salute migliori e vale la pena capire perché”.
È meno spettacolare.
Ma è molto più importante.
Essere utili non significa essere produttivi
Qui esiste però una trappola culturale enorme.
Se leggiamo male questi studi possiamo produrre esattamente il danno che vorremmo evitare.
Una persona di 80 anni non deve dimostrare di essere ancora produttiva per meritare un posto nel mondo.
Una persona con disabilità non vale meno perché ha bisogno degli altri.
Una persona malata non deve trasformare ogni giornata in un progetto.
Una nonna non esiste per badare ai nipoti.
Un pensionato non deve immediatamente inventarsi un secondo lavoro.
L'utilità percepita non può diventare un'altra prestazione da superare.
Essere parte può significare molte cose.
Raccontare.
Ascoltare.
Custodire una memoria familiare.
Telefonare a qualcuno.
Preparare qualcosa.
Insegnare ciò che si sa.
Imparare ciò che non si è mai avuto tempo di imparare.
Prendersi cura di una pianta.
Essere attesi ogni martedì in un'associazione.
Leggere con un nipote.
Occuparsi del cane.
Dare un consiglio che qualcuno ha realmente chiesto.
Oppure semplicemente sapere che, quando non ci siamo, qualcuno se ne accorge.
Il problema non riguarda soltanto gli anziani
È facile leggere tutto questo pensando alla terza età.
Sarebbe un errore.
Ci si può sentire inutili a 30 anni dopo aver perso il lavoro.
A 45 quando un matrimonio finisce.
A 55 quando un'azienda decide che siamo diventati “troppo vecchi”.
Dopo una malattia.
Dopo che i figli se ne sono andati.
Dopo mesi passati a occuparsi di qualcuno e improvvisamente non c'è più nessuno da assistere.
O quando apriamo gli occhi al mattino e non troviamo più una ragione particolarmente convincente per alzarci.
Il tema, quindi, non è la vecchiaia.
È il posto che sentiamo di occupare nella vita.
Quando l'isolamento diventa salute
L'Organizzazione Mondiale della Sanità ricorda che solitudine e isolamento sociale sono importanti fattori di rischio per la salute mentale nella terza età e che condizioni come depressione e ansia negli anziani restano spesso poco riconosciute e poco trattate.
L'OMS indica fra gli strumenti utili proprio le attività sociali significative: volontariato, gruppi comunitari, attività creative, apprendimento, programmi di amicizia e occasioni di relazione.
Non perché “tenersi occupati” curi la depressione.
Ma perché salute fisica, salute mentale e salute sociale non vivono in stanze separate.
A volte abbiamo bisogno di medicine.
A volte di riabilitazione.
A volte di uno psicologo.
A volte di qualcuno che ci aspetta alle dieci di martedì mattina.
E frequentemente di più cose insieme.
Una piccola traccia per ricominciare
Questa non è una terapia e non sostituisce una valutazione professionale.
È soltanto una domanda pratica da provare quando le giornate iniziano ad assomigliarsi troppo.
Una persona.
Un compito.
Un appuntamento.
Una persona: chi potrebbe beneficiare realmente della mia presenza questa settimana?
Non necessariamente qualcuno da aiutare. Anche qualcuno con cui condividere qualcosa.
Un compito: qual è una cosa concreta che posso ancora fare, imparare, insegnare o portare a termine?
Piccola.
Reale.
Misurabile.
Un appuntamento: quale impegno posso mettere in calendario perché la prossima settimana contenga almeno un punto fermo che non dipenda dal mio umore del momento?
Un corso.
Una passeggiata con qualcuno.
Un'associazione.
La spesa insieme.
Una biblioteca.
Un gruppo.
Un'attività fisica compatibile con le proprie condizioni.
Un caffè fissato davvero, non il solito “prima o poi”.
Non serve ricostruire una vita in una mattina.
A volte basta rimettere un punto futuro sul calendario.
E se quella frase arriva al banco?
Qui SALUTE+STORE™ entra nel suo territorio.
In sanitaria, parafarmacia e ortopedia arrivano persone che vediamo più frequentemente di quanto immaginiamo.
Vengono per una calza compressiva, un tutore, un ausilio per camminare, un prodotto per il sonno, un misuratore o semplicemente per chiedere qualcosa.
E qualche volta, quasi per caso, dicono:
“Ormai non esco più.”
“Non servo più a nessuno.”
“Tanto alla mia età…”
“Sono diventato un peso.”
Il primo errore sarebbe trasformarsi in psicologi.
Il secondo sarebbe ignorarlo.
Il terzo, forse il più comune, è rispondere:
“Ma no, cosa dice!”
con l'intenzione migliore del mondo.
Perché quella risposta chiude la porta proprio quando qualcuno l'aveva appena socchiusa.
Si può fare qualcosa di molto più semplice.
Ascoltare.
“Come stanno andando le sue giornate?”
“Ha qualcuno con cui parlare di come si sente?”
“C'è ancora qualcosa che le fa piacere fare?”
Tre domande normali.
Non diagnosi.
Non terapia.
Presenza.
Se emergono tristezza persistente, forte perdita di interesse, isolamento marcato, alterazioni importanti del sonno o dell'appetito, disperazione o un deterioramento evidente rispetto al solito, il compito del banco non è risolvere il problema: è incoraggiare un contatto con il medico o con il professionista appropriato.
Se una persona parla esplicitamente di morte, suicidio o intenzione di farsi del male, quella frase non va minimizzata né lasciata per dopo: richiede assistenza professionale urgente.
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Fonti
Cohn-Schwartz E., Khalaila R. — Feeling Useful, Staying Sharp: The Interplay of Perceived Usefulness, Depressive Symptoms, and Cognitive Reserve in Cognitive Aging — Journal of Applied Gerontology — 2026 — DOI 10.1177/07334648261470468.
Sutin A. et al. — Purpose in life and mortality: A meta-analysis of the published literature and individual-participant data of 488,765 participants followed for up to 32 years — Psychological Medicine — 2026 — DOI 10.1017/S0033291726104863.
Sutin A.R. et al. — Purpose in life and cognitive health: a 28-year prospective study — International Psychogeriatrics — 2024 — DOI 10.1017/S1041610224000383.
Gruenewald T.L. et al. — Increased Mortality Risk in Older Adults with Persistently Low or Declining Feelings of Usefulness to Others — Journal of Aging and Health — 2009 — DOI 10.1177/0898264308329023.
World Health Organization — Mental health of older adults — aggiornamento 20 luglio 2026.
World Health Organization — From loneliness to social connection: charting a path to healthier societies — Report of the WHO Commission on Social Connection — 2025.

